Il nuovo rapporto di previsione del Centro Studi Confindustria delinea per l’Italia una crescita del PIL dell’1% nel 2026, in miglioramento rispetto alle stime formulate in primavera, seguita da un rallentamento allo 0,6% nel 2027. Secondo l’analisi, la tenuta dell’economia è stata favorita soprattutto dai consumi delle famiglie e dagli investimenti fissi lordi, mentre il contributo della domanda estera netta resta negativo nonostante l’aumento atteso delle esportazioni.

Un elemento centrale del quadro riguarda il ruolo degli investimenti. Nel 2026 gli investimenti fissi lordi sono previsti in crescita del 3,3%, con un sostegno rilevante attribuito anche al PNRR e agli incentivi per le imprese. Per il 2027, però, la dinamica dovrebbe rallentare allo 0,8%, soprattutto per l’attenuarsi della spinta nelle costruzioni. Nello stesso tempo, gli investimenti in impianti e macchinari sono indicati ancora in aumento, rispettivamente del 2,9% nel 2026 e del 2,8% nel 2027.

Per la manifattura, il dato più significativo è che i beni strumentali risultano l’unica macrocomponente della produzione industriale su livelli superiori a quelli del 2021. Il rapporto collega questa resilienza ai comparti più esposti ad automazione, digitalizzazione ed elettronica, oltre che ad alcune filiere della mobilità e della difesa. Nel complesso, tuttavia, il quadro resta disomogeneo: la produzione industriale mostra una crescita acquisita dello 0,4% nel 2026, mentre il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è ancora visto in lieve calo.

Confindustria segnala anche un forte interesse per il nuovo iperammortamento. Dall’apertura della piattaforma GSE del 12 giugno fino a fine settembre, le imprese hanno prenotato investimenti per oltre 6 miliardi di euro, importi che il rapporto indica come non ancora definitivamente approvati. Il CSC osserva inoltre che la successione di misure incentivanti negli ultimi anni ha reso più irregolare il profilo degli investimenti, favorendo anticipazioni di spesa seguite da rallentamenti.

Sul fronte strutturale, il rapporto insiste sul nodo della produttività. La frammentazione dimensionale del sistema produttivo viene indicata come una delle cause del divario con i principali concorrenti europei. In una simulazione del CSC, con una struttura dimensionale simile a quella tedesca, la produttività italiana aumenterebbe del 17,6%, e del 24,7% nella sola manifattura. Il documento sottolinea quindi la necessità di favorire la crescita delle imprese e di rafforzare anche gli investimenti immateriali.

Il principale fattore di vulnerabilità resta però l’energia. Nei primi nove mesi del 2026 il prezzo dell’elettricità in Italia è stato mediamente superiore del 35% rispetto alla Germania, mentre ad agosto il gas europeo risultava quasi otto volte più caro di quello statunitense. Confindustria richiama inoltre i rischi legati alle dipendenze tecnologiche: la Cina è indicata come primo Paese per numero di prodotti critici da cui dipende l’industria italiana, mentre gli Stati Uniti sono il primo fornitore critico per valore. Per il CSC, la risposta richiede una politica industriale più selettiva a livello europeo, concentrata su tecnologie e filiere strategiche.